Assemblea – Diritto di protesta, svolta autoritaria, superamento della democrazia liberale

Un anno e mezzo fa abbiamo dato vita a una convergenza con la rete a pieno regime, con l’obiettivo chiaro di opporsi al ddl sicurezza, e già avevamo individuato quella proposta come il manifesto ideologico di un governo autoritario, come preludio di uno Stato di polizia. Con le nuove alleanze costruite insieme a Stop Rearm Europe, che ci hanno portato a questa due giorni, continuiamo ad avanzare nella costruzione del mondo nuovo; la discussione di ieri, e della due giorni in generale, ha riconosciuto che, se i poteri autoritari – i re e le regine – intensificano l’attacco, si pongono paradossalmente (loro) come avamposti di una rivoluzione nera in un mondo che cambia ogni giorno; noi non possiamo essere da meno, non possiamo agire unicamente in difesa di una democrazia liberale che non è la soluzione, ma è parte del problema.

Oggi, a differenza di un anno e mezzo fa, ci ritroviamo a vivere nel post-approvazione del ddl sicurezza – e abbiamo già dimostrato cosa vuol dire per noi: abbiamo occupato le autostrade e le stazioni in questo autunno per la Palestina – e oggi ci ritroviamo con decine e decine di compagn*, da Massa a Bologna a Torino, sotto accusa o ai domiciliari, mentre loro in quei giorni hanno svuotato piogge di lacrimogeni su manifestanti e mutilato ragazze senza prestare soccorso – sostegno e solidarietà alla compagna Lince intervenuta ieri. Per noi questo non è il momento di farsi intimidire, ma di contrattaccare; ci troviamo davanti, e ne abbiamo ampiamente discusso ieri, a una imminente discussione del ddl Gasparri, davanti a spazi sociali sgomberati e minacce di sgombero, ingerenze su scuole, università e informazione; ci troviamo davanti a un pacchetto sicurezza che vuole istituzionalizzare le zone rosse e introdurre fermi preventivi di polizia, DASPO dalle piazze e immunità per le forze dell’ordine: riecheggia il modello dell’ICE di Trump. Abbiamo sostenuto a più riprese il chiaro tentativo di commissariamento da parte del governo all’interno dei territori, completamente in linea con quello che vediamo in America, che occupa e militarizza le strade terrorizzando le persone e giustiziandole godendo della piena immunità davanti alla legge.

Questo avviene in un contesto più ampio: l’economia di guerra, il riarmo, la redistribuzione della ricchezza verso l’alto, la criminalizzazione di persone povere, migranti e dissidenti.

A fronte di questo abbiamo detto anche, e lo abbiamo detto anche nella plenaria che ha preceduto il tavolo, che dalle città, dai territori, può partire la risposta, in maniera proporzionale e speculare a questa ricca e preziosa alleanza emersa oggi: “dalle Black Panthers ai sindaci”, abbiamo detto. E così questa convergenza deve garantire un cordone di tutela e attacco che veda sottobraccio le battaglie legali e del mondo dell’informazione, le associazioni e i centri sociali, le amministrazioni e i sindacati.

I contributi del tavolo di ieri hanno restituito chiaramente che i territori non si sono arresi e non si arrenderanno: le zone rosse vengono delegittimate dai ricorsi nelle città come a Napoli, e non solo; il decreto legge sicurezza approvato viene smontato non solo perché continuiamo a occupare, continuiamo a fare i picchetti, ma anche da reti di avvocat* che pongono in essere contenziosi strategici puntando a neutralizzarne gli effetti.

Siamo in uno scontro aperto, governo nazionale contro città, e dobbiamo assumercelo; siamo in un contesto internazionale che ha mostrato la crisi e l’inefficacia della democrazia liberale e, all’interno di questa lettura, cerchiamo strumenti nuovi di difesa, di lotta e anche di proposte di nuovi modelli rivoluzionari che superino gli schemi del passato contro i re e le loro guerre.

È a nostro dire importante lasciarci alle spalle i pedigree della purezza e della gara alla radicalità: l’attacco della controparte è spregiudicato e netto; non possiamo esimerci, dunque, dal ricercare alleanza con soggettività – più o meno – organizzate. Dobbiamo affrontare l’urgenza di intercettare quei soggetti ai quali solitamente non arriviamo, chiarendo che è fondamentale spingere tutte e tutti ad assumersi l’agenda, le pratiche, le rivendicazioni di centri sociali, movimenti e realtà di base.

E a partire da questo mettiamo in fila delle proposte che puntano a strutturare e strategizzare.

Sul piano dell’informazione: modelli di convergenza operativi di scambio e condivisione, come tavoli permanenti specifici per difendere l’informazione libera; coordinare gli uffici stampa di tutte le realtà per un lavoro parallelo sull’informazione.
Sul piano legale: dotarci di mappature sugli abusi di potere nelle piazze, di hub di protezione.
Per le città: accogliere le prossime date come parte dell’agenda che andremo a costruire, come anche immaginarne di altre di mobilitazione diffusa nei territori, verso un momento di caduta enorme il 28 marzo, che sprigioni la nostra primavera contro i re e le loro guerre.
Il 31 gennaio a Torino per Askatasuna e non solo.
Il 14 febbraio a Napoli al corteo regionale per la difesa dei 6 spazi occupati con minaccia di sgombero.
Il 21 febbraio a Roma per la manifestazione antifascista per Valerio Verbano.

Perché sappiamo che, come si diceva ieri, se perdono gli spazi sociali perdiamo tutte, se perde il Rojava perdiamo tutte, se perde la GKN perdiamo tutte; e a partire dal riconoscere l’intersezione che lega queste lotte chiudiamo parafrasando una frase di Calvino citata dal compagno di Napoli: organizziamo le lotte e diamo forma alle città che si oppongono al deserto.