Autore: Together Italy

  • Contro i re e le loro guerre, per il futuro

    Contro i re e le loro guerre, per il futuro

    di Marco Bersani
    Pubblicato il 26 Gennaio 2026 su Dinamo Press

    Dopo l’appuntamento romano di metà novembre 2025, il percorso di mobilitazione ispirato al movimento statunitense “No Kings” si è rivisto a Bologna lo scorso fine settimana. Oggi più che mai è necessario mettersi in gioco per costruire un futuro alternativo a guerre e crisi ecologica. L’elenco dei prossimi appuntamenti.


    Una riflessione scritta da Marco Bersani (Attac Italia) sul percorso “Contro i Re e le loro guerre” che si è riunito sabato 24 e domenica 25 gennaio a Bologna per discutere dello sviluppo del progetto. Di seguito un calendario provvisorio delle prossime mobilitazioni.


    Da qualunque parte si osservi il mondo, siamo di fronte alla fine dell’illusione del capitalismo per tutte e tutti e della favola liberista del mercato come garanzia di benessere.

    Il migliore dei mondi possibili è di fatto imploso dentro le contraddizioni da esso stesso create: una disuguaglianza sociale mai così ampia nella storia dell’umanità; una crisi ecologica che mette a repentaglio persino la sopravvivenza della specie umana sulla terra; una democrazia, resa orpello formale dei grandi interessi finanziari, che non solo viene espropriata, ma rischia addirittura di smettere di essere desiderabile per le fasce più svantaggiate della popolazione.

    Nasce da qui la scelta sistemica della dimensione della guerra e della militarizzazione. La guerra per ridisegnare i rapporti di forza geopolitici, a fronte della crisi della globalizzazione liberista, e per l’accaparramento coloniale delle risorse primarie, per la prima volta rivendicato come tale, senza più bisogno di giustificazioni ideologiche (“esportazione della democrazia”, “lotta al terrorismo”, “lotta al narcotraffico” e via inventando). La militarizzazione per disciplinare società ribollenti di rabbia, o intrise di disincantata rassegnazione.

    Rinascono da questa melma i nazionalismi e i fascismi contemporanei, come ennesimo tentativo di compattamento identitario e di costruzione del nemico esterno e interno, con un unico scopo: nascondere la realtà di una minoranza di persone ricche che sono causa di tutte le crisi in atto.

    Come segnala l’ultimo rapporto di Oxfam sulla disuguaglianza sociale, i numeri sono spietati: i 12 miliardari più ricchi del mondo possiedono una ricchezza superiore a quella posseduta dalla metà più povera della popolazione mondiale, ovvero quattro miliardi di persone. Per restare all’Italia, il 91% dell’incremento di ricchezza prodotto negli ultimi 15 anni è andato al 5% dei nuclei familiari più ricchi, mentre la metà più povera delle famiglie italiane ha incamerato complessivamente il 2,7%.

    Sul fronte della crisi ecologica, con buona pace di chi sostiene l’ideologia del “siamo tutti sulla stessa barca”, sono ancora i ricchi la causa primaria dei cambiamenti climatici. È sempre Oxfam a documentare la realtà: un individuo appartenente allo 0,1% della parte più ricca del pianeta emette in un giorno più CO2 di quella prodotta in un anno dal 50% della popolazione più povera del mondo.

    Sono ormai decenni che ogni anno viene calcolato l’Overshoot Day, ovvero il giorno dell’anno in cui ogni Stato esaurisce le risorse della Terra che avrebbe a disposizione, provocando dal giorno successivo un debito ecologico nei confronti della natura.

    Per quanto riguarda l’intera umanità, nel 2025 l’Overshoot Day è arrivato l’8 agosto, mentre per quanto riguarda l’Italia è stato il 6 maggio. Ma se dagli Stati passiamo alle classi sociali, scopriamo che l’1% delle persone più ricche del pianeta ha esaurito le risorse naturali a propria disposizione già il 10 gennaio e l’0,01% degli ultra-ricchi non supera il 3 gennaio.

    E chi sono questi ricchi? Sono i possessori dei grandi fondi finanziari che detengono le leve dell’economia e della ricchezza e che influenzano, quando non governano direttamente, le leve del potere.

    Sono i re che chiamano al riarmo e alla guerra, che chiedono di marciare contro nemici da loro indicati per non farci pensare che un nemico certamente c’è ed è quello che marcia alla nostra testa.

    Siamo entrate ed entrati nell’epoca del dominio dei ricchi contro i poveri, dei re contro i sudditi, degli oligarchi contro la democrazia. Serve una ribellione collettiva, ampia e determinata, convergente e plurale per dire a chiare lettere che non è tutto loro quello che luccica e che in nessun caso consegneremo il nostro futuro ai generali.

    Le prossime date di mobilitazione indicate dall’assemblea “O Re o libertà”

    • Sabato 31 gennaio – Torino: con Askatasuna al Corteo nazionale contro governo, guerra e attacco agli spazi sociali
    • Sabato 14 febbraio – Napoli: manifestazione regionale per la difesa degli spazi sociali.
    • Sabato 21 febbraio – Roma: manifestazione antifascista per Valerio Verbano.
    • Giovedì 5 marzo – Germania e Italia: giornata di mobilitazione territoriale contro la guerra, nell’ambito della manifestazione “Guerra alla guerra” contro la leva militare in Germania.
    • Domenica 22/Lunedì 23 marzo – Italia: referendum sulla Giustizia: “No” alla riforma Nordio
    • Sabato 28 marzo: manifestazione nazionale della convergenza “No Kings, in parallelo con la manifestazione di Londra contro l’estrema destra

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  • Nell’agenda dei movimenti No Kings e No razzismo

    Nell’agenda dei movimenti No Kings e No razzismo

    Filippo Miraglia
    Pubblicato il 02/02/26 su Il Manifesto

    MIGRANTI La criminalizzazione dell’immigrazione è lo strumento centrale delle destre per allargare il consenso. Ma la risposta dei movimenti e del mondo associativo è debole


    L’assemblea di Bologna dello scorso fine settimana è stata una grande boccata di ossigeno per chi ha a cuore la democrazia e i principi della nostra Costituzione, a partire dall’uguaglianza e dal contrasto alla guerra e alla cultura della violenza e della sopraffazione.

    Non possiamo però non vedere che in quella assemblea il tema dei diritti delle persone di origine straniera, della mobilità delle persone, dell’esternalizzazione delle frontiere e della criminalizzazione del mondo dell’immigrazione, che pure è emerso più volte, non ha avuto lo spazio che ha oggi nell’orientare le decisioni dei governi e il dibattito pubblico su scala mondiale.

    Questa constatazione, che ha molte spiegazioni, ci deve interrogare su come recuperare un gap politico che riguarda tutti i movimenti e le reti associative. È evidente che la criminalizzazione dell’immigrazione è lo strumento centrale che le destre usano, a livello mondiale oramai, per orientare le opinioni pubbliche, per allargare l’egemonia e il consenso, soprattutto nelle fasce di popolazioni più povere e più colpite dalle conseguenze del modello diseguale e di rapina del capitalismo. Questo non determina necessariamente una centralità delle questioni legate all’immigrazione, rispetto ad altre che necessitano di un grande impegno collettivo per contrastare la deriva autoritaria e antidemocratica e di una agenda comune dei movimenti.

    Tuttavia le violenze delle milizie dell’Ice negli Stati Uniti, la persecuzione degli immigrati sub sahariani in Tunisia, le conseguenze delle scelte dei governi europei in termini di vite umane perse nel mediterraneo e la rilevanza che questo argomento ha in tutta Europa nella terribile crescita delle destre xenofobe e neo autoritarie deve spingerci a tenere dentro questa agenda le tante battaglie e vertenze che in tanti e tante abbiamo portato avanti in questi anni, provare a coinvolgere le organizzazioni del mondo dell’immigrazione, dando a loro un protagonismo e, soprattutto, provando in questa fase a superare la frammentazione del movimento antirazzista, che da anni non riesce a mettere in campo mobilitazioni all’altezza dell’attacco in corso su scala globale.

    Penso alle recenti mobilitazioni dei lavoratori e delle lavoratrici straniere truffate del Decreto Flussi, alla vertenza di lungo periodo che portiamo avanti per la chiusura dei centri di detenzione, inclusi quelli albanesi, alla battaglia per ottenere un programma di ricerca e salvataggio europeo nel mediterraneo, così come alla vertenza per cancellare il Memorandum con la Libia e gli altri accordi di esternalizzazione dei controlli e delle frontiere.

    Più in generale la battaglia per contrastare l’attacco ai diritti delle persone di origine straniera, al mondo dell’immigrazione, a partire in questa stagione dal tentativo di cancellare il diritto d’asilo, deve trovare una sua visibilità e deve far emergere una alternativa che ad oggi, purtroppo, non ha la forza e la rilevanza che dovrebbe avere. Non si può non vedere che su questo elemento che accomuna Trump ad Orbán, Meloni a von der Leyen e tutte le destre su scala mondiale, c’è una debolezza nostra, dei movimenti e del mondo associativo, che necessità di un impegno straordinario per recuperare lo spazio e il tempo perduto.

    Da anni non riusciamo, nonostante l’attacco continuo ed esplicito al mondo dell’immigrazione e al dissenso che si esprime attraverso tanti movimenti territoriali e nazionali, a dare visibilità in maniera unitaria ad una alternativa radicata nella società.
    Non sarà semplice e neanche veloce ma bisogna fare ogni sforzo per provare a invertire la rotta.

    Il prossimo 26 febbraio saranno 3 anni dalla strage di Cutro. Una tragedia, 94 vittime accertate e decine di dispersi, che ha inaugurato la stagione del razzismo di questo governo. In quella occasione, vale la pena ricordarlo sempre, il governo si riunì a pochi metri dal luogo della strage e decise uno dei peggiori provvedimenti legislativi contro i diritti delle persone di origine straniera, cioè fece l’esatto opposto di quello che andava fatto. Anziché introdurre modifiche per consentire alle persone di attraversare le frontiere in maniera sicura e legale, aumentarono gli ostacoli, consegnando ancora di più le persone che vogliono raggiungere l’Europa nelle mani dei trafficanti, di chi organizza la tratta di esseri umani, che ad ogni provvedimento del governo Meloni sull’immigrazione festeggia maggiori introiti. Nessuno del Governo andò a portare solidarietà e vicinanza ai parenti delle vittime e ai sopravvissuti o a portare un fiore sulle 94 bare ospitate al palazzetto dello sport di Crotone.

    Il 26 febbraio prossimo potrebbe essere un appuntamento nell’agenda dei movimenti che si sono riuniti a Bologna, sia per la rilevanza di quel che è successo sulla spiaggia di Steccato di Cutro, sia per coinvolgere il sud del nostro Paese e volgere il nostro sguardo al Mediterraneo.

    È solo una proposta, ce ne potrebbero essere altre. Ciò che importa è che il movimento antirazzista converga nella sfida unitaria lanciata a Bologna sotto lo slogan «O Re o Libertà» e che anche il 28 marzo a Roma, come a Londra e negli Stati Uniti, si portino in piazza le battaglie per i diritti dei migranti e contro ogni forma di razzismo.

  • Il nuovo ritmo della lotta No Kings

    Il nuovo ritmo della lotta No Kings

    Giulia Sezzi, Christopher Ceresi
    Municipi Sociali di Bologna
    Su Il Manifesto 31/01/26

    TOGETHER Serve una confederazione di città ribelli capace di competere su scala europea costruendo autonomia dalla forma Stato. Difendere diritti, costituzioni e pace è necessario ma insufficiente


    La due giorni di Bologna “O Re o Libertà” ha aperto uno spazio politico non proprietario che ora va fatto crescere, tenendo vivo l’effetto onda che ha generato. L’ipotesi – che il processo confederale parta dalle città guardando all’Europa – è stata confermata: migliaia di persone hanno trasformato quello spazio in un luogo di organizzazione all’altezza delle contraddizioni che abbiamo davanti, e in cui discuterle insieme. È stato qualcosa di raro, ma necessario: uno spazio reale, percepito come tale anche da chi vi si affacciava per la prima volta.

    QUESTO SI È RESO possibile perché è stato il frutto di percorsi di convergenza reale che hanno scommesso nell’aprire qualcosa di nuovo.

    Viviamo un passaggio in cui le vecchie certezze della politica non producono più rottura. Difendere diritti, costituzioni e pace è necessario ma insufficiente: una linea solo difensiva arretra ogni giorno. Mentre proteggiamo le conquiste passate, nuovi poteri ridisegnano il mondo con mezzi economici, tecnologici e militari, servendosi anche dei fascisti. Se lasciamo a loro il monopolio di algoritmi, infrastrutture e capitale senza porci il problema di come prenderli, ogni difesa si indebolisce e consegniamo a loro i mezzi per riscrivere i diritti della nuova epoca.

    Questa dinamica moltiplicata su scala globale produce una guerra civile permanente, in cui combattono stati, grandi compagnie, imperi e sotto-sistemi. La questione non è solo resistere, è intervenire nella produzione del futuro, cioè pensare oltre la democrazia liberale.

    “TOGETHER” è un metodo da mettere a terra nei prossimi mesi: confederare città, lotte e soggetti sociali e politici, unire intelligenza umana e macchine, lavoro, cultura e produzione artistica, allargando il campo a lavoratorx, precarx e mondi della conoscenza. I confini tra politica, scienza e conflitto sociale sono già saltati: solo una convergenza ampia può reggere l’urto del presente e ingaggiare il futuro; disertando il governo della fiamma e quello della portavoce del capitalismo finanziario europeo, rimanendo però al fianco delle popolazioni civili in lotta.

    Di fronte a noi, il governo Meloni non è un’anomalia isolata. È la versione italiana di una trasformazione in cui capitalismo digitale, produzione bellica e autoritarismo si rafforzano a vicenda. È un fatto materiale: città finanziarizzate, welfare che arretra, servizi che si deteriorano mentre crescono spazi esclusivi e privatizzati. É così che si realizza l’attacco del governo alle città. Senza organizzazione rischiamo di essere schiacciati dai padroni che vogliono prendersi tutto. La scelta è politica: macchine di controllo e guerra o tecnologie per un progetto ecologico, transfemminista e democratico.

    Non esiste neutralità tecnologica: per avere le seconde bisogna sottrarre le prime ai Re.

    PER QUESTO la democrazia deve ripartire dal basso. La proposta trova il suo baricentro nelle città, confederate in Europa contro l’internazionale nera dei big tech, degli oligarchi e dei padroni delle città. Qualsiasi progetto solo nazionale è insufficiente. Serve una confederazione di città ribelli capace di competere su scala europea, costruendo autonomia dalla forma Stato. Nel nazionalismo si soccombe, nell’autarchia locale si resta irrilevanti. La conoscenza attraversa confini e si coagula nelle metropoli: è lì che può nascere una forza reale.

    QUESTA FORZA ha già una geografia. Attraversa le resistenze urbane europee, da Budapest a Kiev, da Zagabria a Bruxelles, parla con Londra e con New York, guarda al coraggio delle rivolte in Iran e all’esperimento ecologico e femminista del Rojava. In molti luoghi la scelta è già radicale: libertà o morte.

    DA QUI AL 28 MARZO dobbiamo trasformare questo battito in organizzazione. Il ritmo è accelerato: o lo abitiamo insieme o ci travolge: abbiamo fatto sponda con il together di Londra, ora Minneapolis chiama il No Kings Day proprio il 28 marzo. Non è folklore internazionale, è sincronizzazione politica. È il segno che esiste una temporalità comune delle lotte, in un mondo che si trasforma.

    Dalle città ribelli, nella lotta di classe di questo passaggio epocale, può nascere una proposta capace di chiudere definitivamente con il vecchio mondo. No Kings ha aperto una strada. Ora serve riempirla: milioni di persone in movimento, insieme, per dare una spallata reale al governo della fiamma tricolore. Non abituiamoci più a perdere, questo è il ritmo europeo dei No Kings. Together!

  • Contro il mondo dei Re. Un nuovo spazio politico batte il tempo della libertà.

    Contro il mondo dei Re. Un nuovo spazio politico batte il tempo della libertà.

    Documento conclusivo della due giorni del 24 e 25 gennaio 2026 al Tpo di Bologna, O re O libertà.

    A Bologna ci siamo proiettatə nel futuro. Il mondo nuovo è qui davanti a noi.

    Un mondo, il loro, che ha definitivamente archiviato il diritto internazionale, che colpisce lə attivistə, che reprime e tenta di cancellare i progetti politici confederali e democratici, che tenta di controllare i corpi di donne e soggettività dissidenti, che legittima deportazioni di massa e ostruisce la libertà di movimento, che ci proietta in città distopiche in cui chi guadagna meno è escluso mentre la crisi avanza. Un mondo in cui la guerra non è un’eccezione, ma una tecnica ordinaria di governo.

    Un mondo, il nostro, che per funzionare deve battere il tempo della resistenza, della pace e dell’alternativa, insieme, contemporaneamente.

    Il trono dove siedono i Re appare ben saldo ma lo strato di ghiaccio dove poggia è ancora sottile e può infrangersi, noi dobbiamo attrezzarci perché questo possa succedere, con tecniche nuove ed un conflitto efficace.

    Il vecchio mondo non tornerà. La trasformazione in corso è materiale. La contesa è su tutto. I re vogliono disporre delle vite e delle terre, delle nuove scienze e delle tecnologie. Le vecchie forme politiche si riducono a dominio, la libertà, invece, si realizza avendo cura del meglio che ci tiene insieme e inventando forme politiche nuove.

    Siamo già proiettatə nei prossimi mesi: nuove misure repressive, una destra che avanza e che si accompagna ai grandi capitali nel disegnare il loro nuovo progetto di società, l’ipotesi di una Gaza distrutta e colonizzata, che diviene sinonimo di “pace”, dazi, imposizioni, arroganza elevata a merito e persino suggerita per il Nobel.

    Questo è il loro progetto di società. 

    E il nostro? Siamo già nel futuro, perché è nel presente che si gioca la resistenza da cui può nascere il nostro mondo nuovo. Il vecchio non torna, il nuovo deve nascere. Il potere è vecchio ma ha forme nuove, ha polizie digitali ed uomini armati che, come avvenuto ancora una volta a Minneapolis, uccidono. Noi dobbiamo aumentare la scala della nostra attivazione ed essere ambiziosə. Nelle città ed in Europa. Nella federazione delle lotte, nella costruzione del dizionario della libertà dai Re, contro i Re. 

    Poniamoci il problema di come sabotare realmente i nodi strategici della filiera del capitalismo bellico e pensiamo a come costruire uno sciopero generale europeo. Stanno costruendo un apparato repressivo che attacca direttamente la possibilità di ribaltare i rapporti di forza; stanno delineando un clima intimidatorio e patriarcale che dietro l’inevitabilità della guerra nasconde l’inarrestabile smantellamento dei nostri diritti sociali e della nostra industria civile; stanno imponendo un approccio predatorio che sta devastando il nostro sistema industriale promettendo ai padroni la tutela dei profitti attraverso la riconversione bellica, e schiacciando la dignità del lavoro. E riconversione bellica vuol dire per sua natura impossibilità di riconversione ecologica e sociale, quella riconversione imprescindibile che ci faccia uscire dal fossile mortifero. Non dobbiamo essere movimento di opposizione al riarmo, ma essere rapporto di forza che ribalta il riarmo.

    Dobbiamo costruire l’ipotesi di un’Europa transfemminista dei territori confederati e delle nuove soggettività in opposizione all’Europa dei nazionalismi e della guerra.

    É con questo spirito che abbiamo affrontato le discussioni e da cui nasce l’agenda e una visione futura che, nelle accelerazioni di questo tempo, trova in questo spazio un luogo politico in cui convergere, da far crescere e trasformare insieme con cura.

    La partenza della carovana per Rojava ha inaugurato la nostra riunione, il messaggio del confederalismo democratico ha attraversato tutte le assemblee; le parole dell’insurrezione in Iran ci hanno ricordato come i Re nostri nemici non siano solo a Washington ma anche a Teheran. Ed in ultimo la resistenza di chi viene attaccato – ora dagli USA, ora dalla Russia, ora da Israele, ora dalle forze jihadiste, ora da Palantir – ha risolto ogni ambiguità: la resistenza all’oppressore è sacrosanta. Il diritto alla pace si conquista nella resistenza contro i Re.


    ——

    Agenda

    28 marzo: TOGETHER, INSIEME. In parallelo con l’oceanica manifestazione di Londra contro l’estrema destra, Manifestazione nazionale della convergenza No Kings. Accogliamo la proposta dei compagni di Roma di fare un’assemblea preparatoria alla manifestazione il primo marzo a Roma.

    Lanciamo un appello ad artistə ed esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo ad aderire all’iniziativa per una giornata di protesta internazionale nella Capitale, con un concerto finale, così come quella che si sta organizzando a Londra.

    31 gennaio: con Askatasuna al Corteo nazionale contro governo, guerra e attacco agli spazi sociali.

    5-8 febbraio: mobilitazioni contro le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina, in cui saranno presenti l’ICE, la squadra israeliana, i mezzi blindati del Qatar.

    14 febbraio: manifestazione regionale a Napoli per la difesa degli spazi sociali.

    21 febbraio: manifestazione antifascista per Valerio Verbano a Roma.

    5 marzo (durante la manifestazione contro la leva in Germania “Guerra alla guerra”): giornata di mobilitazione territoriale contro la guerra. 

    In questo periodo, azioni conflittuali dislocate nei territori contro l’industria bellica (come a Vicenza contro la base militare americana Dal Molin).

    8- 9 marzo sciopero transfemminista generale 

    22-23 Marzo: un netto NO al referendum sulla giustizia. Partecipiamo attivamente nei territori alle campagne per il NO.

    23-29 Marzo: Housing action days – Settimana di mobilitazione europea per il diritto all’abitare.

    Data intermedia territoriale prima del 28 marzo contro torsione autoritaria (nuovo dl sicurezza, DDL Gasparri) e contro zone rosse.

    1 maggio: giornata transnazionale di lotta – E NON DI FESTA – dagli Stati Uniti all’Europa da costruire

    7-8 maggio: manifestazione contro la presenza del padiglione israeliano alla Biennale di Venezia.

    Maggio: Incontro a Zagabria per discutere nuovamente del nuovo spazio europeo politico.

    14 giugno: Mobilitazione a Bruxelles contro riarmo e guerra, in un orizzonte che sia frutto di un percorso che si sommi con le fabbriche vuote e il coinvolgimento dei sindacati europei.

    ——

    Ringraziamo chi ci ha raggiunto da Kiev, da Zagabria, da Berlino, da Tirana, e chi non è riuscito fisicamente ma da Bruxelles, Stoccolma, Atene è statə in connessione. Ringraziamo gli oltre 160 interventi in 2 giorni, le 3000 persone connesse in streaming e le oltre 2000 persone che hanno attraversato fisicamente il Tpo e costruito questo spazio insieme, together!

    Da questo spazio politico parte qualcosa di nuovo, perché a Bologna c’è stato un fatto che riporteremo nelle città e nei territori. L’evento politico avviene quando si concentrano accumuli di energia che portano gli equilibri tra noi ad un livello superiore di attivazione.


    Contro il mondo dei Re: un nuovo spazio politico batte il tempo della libertà.

    Avanti no kings


    I video delle assemblee plenarie sono disponibili integralmente sul canale di Sherwood TV nella sezione live. I report e le registrazioni delle assemblee tematiche saranno disponibili presto su questo sito.

  • Assemblea – Diritto di protesta, svolta autoritaria, superamento della democrazia liberale

    Assemblea – Diritto di protesta, svolta autoritaria, superamento della democrazia liberale

    Un anno e mezzo fa abbiamo dato vita a una convergenza con la rete a pieno regime, con l’obiettivo chiaro di opporsi al ddl sicurezza, e già avevamo individuato quella proposta come il manifesto ideologico di un governo autoritario, come preludio di uno Stato di polizia. Con le nuove alleanze costruite insieme a Stop Rearm Europe, che ci hanno portato a questa due giorni, continuiamo ad avanzare nella costruzione del mondo nuovo; la discussione di ieri, e della due giorni in generale, ha riconosciuto che, se i poteri autoritari – i re e le regine – intensificano l’attacco, si pongono paradossalmente (loro) come avamposti di una rivoluzione nera in un mondo che cambia ogni giorno; noi non possiamo essere da meno, non possiamo agire unicamente in difesa di una democrazia liberale che non è la soluzione, ma è parte del problema.

    Oggi, a differenza di un anno e mezzo fa, ci ritroviamo a vivere nel post-approvazione del ddl sicurezza – e abbiamo già dimostrato cosa vuol dire per noi: abbiamo occupato le autostrade e le stazioni in questo autunno per la Palestina – e oggi ci ritroviamo con decine e decine di compagn*, da Massa a Bologna a Torino, sotto accusa o ai domiciliari, mentre loro in quei giorni hanno svuotato piogge di lacrimogeni su manifestanti e mutilato ragazze senza prestare soccorso – sostegno e solidarietà alla compagna Lince intervenuta ieri. Per noi questo non è il momento di farsi intimidire, ma di contrattaccare; ci troviamo davanti, e ne abbiamo ampiamente discusso ieri, a una imminente discussione del ddl Gasparri, davanti a spazi sociali sgomberati e minacce di sgombero, ingerenze su scuole, università e informazione; ci troviamo davanti a un pacchetto sicurezza che vuole istituzionalizzare le zone rosse e introdurre fermi preventivi di polizia, DASPO dalle piazze e immunità per le forze dell’ordine: riecheggia il modello dell’ICE di Trump. Abbiamo sostenuto a più riprese il chiaro tentativo di commissariamento da parte del governo all’interno dei territori, completamente in linea con quello che vediamo in America, che occupa e militarizza le strade terrorizzando le persone e giustiziandole godendo della piena immunità davanti alla legge.

    Questo avviene in un contesto più ampio: l’economia di guerra, il riarmo, la redistribuzione della ricchezza verso l’alto, la criminalizzazione di persone povere, migranti e dissidenti.

    A fronte di questo abbiamo detto anche, e lo abbiamo detto anche nella plenaria che ha preceduto il tavolo, che dalle città, dai territori, può partire la risposta, in maniera proporzionale e speculare a questa ricca e preziosa alleanza emersa oggi: “dalle Black Panthers ai sindaci”, abbiamo detto. E così questa convergenza deve garantire un cordone di tutela e attacco che veda sottobraccio le battaglie legali e del mondo dell’informazione, le associazioni e i centri sociali, le amministrazioni e i sindacati.

    I contributi del tavolo di ieri hanno restituito chiaramente che i territori non si sono arresi e non si arrenderanno: le zone rosse vengono delegittimate dai ricorsi nelle città come a Napoli, e non solo; il decreto legge sicurezza approvato viene smontato non solo perché continuiamo a occupare, continuiamo a fare i picchetti, ma anche da reti di avvocat* che pongono in essere contenziosi strategici puntando a neutralizzarne gli effetti.

    Siamo in uno scontro aperto, governo nazionale contro città, e dobbiamo assumercelo; siamo in un contesto internazionale che ha mostrato la crisi e l’inefficacia della democrazia liberale e, all’interno di questa lettura, cerchiamo strumenti nuovi di difesa, di lotta e anche di proposte di nuovi modelli rivoluzionari che superino gli schemi del passato contro i re e le loro guerre.

    È a nostro dire importante lasciarci alle spalle i pedigree della purezza e della gara alla radicalità: l’attacco della controparte è spregiudicato e netto; non possiamo esimerci, dunque, dal ricercare alleanza con soggettività – più o meno – organizzate. Dobbiamo affrontare l’urgenza di intercettare quei soggetti ai quali solitamente non arriviamo, chiarendo che è fondamentale spingere tutte e tutti ad assumersi l’agenda, le pratiche, le rivendicazioni di centri sociali, movimenti e realtà di base.

    E a partire da questo mettiamo in fila delle proposte che puntano a strutturare e strategizzare.

    Sul piano dell’informazione: modelli di convergenza operativi di scambio e condivisione, come tavoli permanenti specifici per difendere l’informazione libera; coordinare gli uffici stampa di tutte le realtà per un lavoro parallelo sull’informazione.
    Sul piano legale: dotarci di mappature sugli abusi di potere nelle piazze, di hub di protezione.
    Per le città: accogliere le prossime date come parte dell’agenda che andremo a costruire, come anche immaginarne di altre di mobilitazione diffusa nei territori, verso un momento di caduta enorme il 28 marzo, che sprigioni la nostra primavera contro i re e le loro guerre.
    Il 31 gennaio a Torino per Askatasuna e non solo.
    Il 14 febbraio a Napoli al corteo regionale per la difesa dei 6 spazi occupati con minaccia di sgombero.
    Il 21 febbraio a Roma per la manifestazione antifascista per Valerio Verbano.

    Perché sappiamo che, come si diceva ieri, se perdono gli spazi sociali perdiamo tutte, se perde il Rojava perdiamo tutte, se perde la GKN perdiamo tutte; e a partire dal riconoscere l’intersezione che lega queste lotte chiudiamo parafrasando una frase di Calvino citata dal compagno di Napoli: organizziamo le lotte e diamo forma alle città che si oppongono al deserto.

  • Assemblea – Salario europeo, reddito incondizionato, mutualismo urbano, diritto alla casa

    Assemblea – Salario europeo, reddito incondizionato, mutualismo urbano, diritto alla casa

    L’assemblea si colloca dentro il ragionamento sulla fase storica segnata da una trasformazione profonda delle forme di comando politico ed economico. L’affermazione di assetti sempre più autoritari, la normalizzazione della guerra come orizzonte di guerra civile globale e la restrizione degli spazi democratici non siano fenomeni separati dalla crisi sociale, ma ne costituiscano una
    dimensione strutturale. Guerra e autoritarismo avanzano insieme a sfruttamento ed impoverimento.

    I soggetti che agiscono queste dinamiche politiche sono gli stessi che traggono profitto dal modello oligarchico oggi dominante: governi, apparati statali, grandi gruppi industriali e finanziari, fondi speculativi, piattaforme tecnologiche ed estrattive. Attori diversi, ma intrecciati, che condividono
    interessi economici e strategie di accumulazione. La crisi sociale non è un effetto collaterale, ma una condizione funzionale a questo modello autoritario, basato su difesa della proprietà, sfruttamento e controllo sociale: comprimere salari, privatizzare servizi, mercificare casa e salute significa rendere governabile una società impoverita e frammentata, mentre la guerra – interna ed esterna – diventa strumento di disciplinamento e di rilancio dei profitti.

    In questo scenario, le città appaiono come i luoghi in cui queste dinamiche si rendono più visibili e materiali. È qui che si intrecciano attacco alle condizioni di vita, concentrazione della ricchezza, espulsione sociale e sperimentazione di dispositivi autoritari. Ma è anche dove emergono pratiche di resistenza, di mutualismo e di organizzazione capaci di aprire contraddizioni reali. La lotta di
    classe torna centrale
    , non come slogan nostalgico, ma come necessità storica e materiale. Casa, salario, reddito, welfare e salute sono campi di battaglia centrali e interconnessi, dimensioni molteplici e convergenti di una stessa condizione materiale in cui il capitale esercita la sua aggressività maggiore.

    Per questo non basta sommare le esperienze: serve confederarle, per radicare le lotte in modo trasversale e ricompositivo. È questo un punto politico centrale emerso dall’assemblea: la necessità di non settorializzare gli ambiti di intervento. L’attacco che colpisce uno di questi terreni rafforza l’attacco sugli altri; allo stesso modo, le lotte possono diventare efficaci solo se si tengono insieme.

    La battaglia per il salario diretto resta un terreno decisivo, ma non può vincere se resta isolata. In una fase di lavoro erosione inflattiva, povero strutturale, frammentazione delle filiere produttive, deve intrecciarsi con la lotta per il salario indiretto. Senza questo, il salario viene immediatamente riassorbito dall’aumento dei costi dell’abitare, dalla privatizzazione delle cure, dalla riduzione dei servizi pubblici.

    Allo stesso tempo, la lotta per la casa non può essere confinata al mero terreno abitativo. Deve assumere come piano parallelo e convergente la battaglia sul lavoro e sul salario: contro il lavoro povero e il sistema degli appalti, per il salario minimo legale e per forme di salario metropolitano capaci di tenere conto del costo reale della vita nelle città. La questione abitativa si intreccia direttamente con la difesa del lavoro dalla riconversione bellica e fossile delle filiere produttive, che produce desertificazione industriale, precarizzazione e dipendenza dalla rendita urbana.

    Sul terreno della salute e del welfare, l’assemblea ha ribadito con forza che va interpretata come una questione di classe. La crisi della sanità pubblica, l’allungamento delle liste di attesa, la privatizzazione strisciante delle cure non colpiscono in modo neutro, ma si scaricano soprattutto su chi vive condizioni di impoverimento e precarietà. Casa e salario sono determinanti sociali
    fondamentali del diritto alla salute: senza stabilità abitativa e reddito adeguato, l’accesso alle cure diventa selettivo. Per questo le battaglie sulla salute devono allearsi strutturalmente con le lotte per il salario e per la casa, in un quadro in cui il servizio sanitario pubblico arretra e viene progressivamente smantellato.

    Il nesso casa–salario–salute e città restituisce dunque una dinamica comune: impoverimento materiale e sociale, prodotto da scelte politiche precise e da interessi economici concentrati.

    Sul fronte dell’abitare, la rendita sta diventando sempre più aggressiva nelle città e nelle aree metropolitane, colpendo anche chi ha un lavoro stabile e reddito medio. La turistificazione di massa, gli studentati di lusso e le grandi operazioni immobiliari accelerano l’espulsione sociale. Le città si trasformano in asset finanziari, governate da nuovi padroni delle città: famiglie rentier,
    fondi immobiliari speculativi e piattaforme globali di affitti brevi. L’abitare diventa così uno strumento di selezione di classe e disciplinamento della forza lavoro. È urgente riappropriarsi del diritto alla casa come diritto angolare, sottraendolo alla logica del mercato. È necessario rafforzare la resistenza agli sfratti e imporre un Piano Casa per colpire la rendita, recuperare patrimonio,
    rilanciare l’edilizia pubblica, regolamentare gli affitti brevi e fermare la speculazione, come proposto anche dalla Rete municipalista per il diritto alla casa. In questo contesto si inseriscono anche le riflessioni sulle Agenzie civiche per l’abitare e sugli strumenti pubblici di garanzia costruiti
    dal basso per migliorare l’accesso alla casa.

    Sul piano del lavoro, l’assemblea ha evidenziato l’importanza di rafforzare le battaglie per difendere il salario dall’erosione del potere d’acquisto. È necessario affrontare questa questione in modo strutturale: contrastare i contratti poveri e rilanciare il salario minimo legale a livello nazionale ed europeo, insieme a campagne per il salario minimo urbano, partendo da esigere
    standard minimi per il lavoro esternalizzato negli enti pubblici. È fondamentale colpire i meccanismi di profitto negli appalti e combattere la precarietà strutturale in una prospettiva ricompositiva lungo le filiere produttive. Opporsi alla riconversione bellica e fossile è cruciale per garantire che la difesa dell’occupazione dalla desertificazione industriale non si riduca ad una
    logica corporativa, permettendo di riconquistare il potere decisionale su cosa e come si produce, riducendo il potere dei kings nelle economie urbane e nei siti produttivi.

    Il diritto al reddito di base è stato affrontato come strumento di redistribuzione della ricchezza e riequilibrio dei rapporti di forza, non come assistenza. In un contesto in cui il tempo di vita è sempre più messo a valore, il reddito è leva per costruire autonomia materiale e sottrarre tempo al ricatto. Va rilanciata dunque una battaglia per misure di reddito monetario di base a livello continentale, anche attraverso la I.C.E. (legge iniziativa popolare) a livello europeo.

    Il focus per la salute, come un concetto ampio e stratificato, è sull’accesso reale alle cure, sul contrasto ai tagli e alle privatizzazioni. L’obiettivo è ricostruire dal basso un diritto universale alla salute, sottraendolo alle logiche di mercato e alle gerarchie istituzionali. Con la proposta di costruzione di una rete di operatori della sanità, cliniche sociali e ambulatori popolari si mette in comune quello che ogni giorno il sistema rimuove: attese e rinunce alle cure incompatibili con la vita delle persone costrette a scegliere tra salute e reddito. Questo “materiale politico” può trovare un punto di caduta in una campagna sulle liste d’attesa. Che è un vero dispositivo politico per
    spingere le persone fuori dal pubblico e alimentare i nuovi re della sanità: cliniche private, fondi, assicurazioni, intermediari del bisogno.

    Se questi sono i principali ambiti di intervento, il mutualismo urbano emerge trasversalmente come pratica centrale che smette di essere mera risposta emergenziale diventando dispositivo conflittuale. La messa in rete apre a forme di potenziamento come la creazione di cassa di mutuo soccorso nazionale che può generare anche forme di economia sociale autofinanziate. Spazi sociali, ambulatori popolari, sportelli casa, reti di cura, pratiche di redistribuzione del reddito indiretto sono d’altronde infrastrutture politiche che, se confederate, possono produrre potere sociale stabile e radicato, vere e proprie nuove istituzioni dell’autogoverno nei territori, capaci di imporre
    priorità politiche e di aprire contraddizioni; fondamentali motori generativi di innovazioni politiche anche sul piano amministrativo e delle politiche municipaliste.

    Così può prendere forma l’idea di un confederalismo democratico urbano: non una sommatoria di esperienze, ma una rete politica capace di tenere insieme autonomia territoriale e forza collettiva, conflitto e proposta, mutualismo e capacità di incidere a livello decisionale in una relazione produttiva, inventiva con le istituzioni locali che altrimenti rischiano lo svuotamento di potere
    dall’alto.

    Città e territori come terminali decisivi di innovazione politica e luoghi da cui costruire una dimensione europea del conflitto. L’Europa infatti, così com’è, è un dispositivo centrale di austerità, precarietà e guerra. Ma proprio per questo è anche spazio di contesa. Confederare città e far convergere le varie dimensioni della lotta di classe a livello europeo diventano gli elementi
    decisivi per costruire un’orizzonte oltre la dimensione nazionale, sicuramente insufficiente e spesso ostile in quanto terreno favorevole ai sovranismi, capace di contrastare il modello oligarchico dei nuovi Re che oggi impone crisi sociale, guerra e autoritarismo e di costruire un’alternativa sociale e democratica.

    Le domande che affrontate da questa assemblea – come costruire queste piattaforme dal basso, individuare controparti precise e tradurre la resistenza locale in campagne convergenti? quali forme di autogoverno e confederazione possono oggi produrre redistribuzione reale e conflitto efficace? – restano aperte e sono le indicazioni per un percorso comune da sviluppare su
    un doppio binario: locale come spazi di sperimentazione della contesa, della convergenza e del’immaginazione, ma dall’altro anche transurbano e transnazionale, confederato, partendo da campagne ed azioni comuni. Per iniziare a costruire questa prospettiva è emerso un primo calendario di mobilitazioni che guardando sempre oltre i confini nazionali:

     attraversare le mobilitazioni transfemminista dell’8 e 9 marzo con NUDM e del 1 maggio di lotta transnazionale che dagli USA attraversi l’Europa per un salario e un reddito incondizionato europei

     mobilitazione europea per il diritto all’abitare Housing Action Days lanciata dalla European Action Coalition nella settimana dal 23 al 29 marzo in forte sinergia con la grande mobilitazione Togheter:No Kings! del 28 Marzo

     incontro nazionale degli ambulatori popolari 17 maggio a Reggio Emilia

     incontro nazionale Social Forum Abitare dal 4 al 6 giugno a Roma // European Action Coalition meeting (giugno e settembre, luoghi in definizione)

  • Assemblea – Moltiplicare e organizzare la resistenza a guerra, riarmo, militarizzazione, genocidio

    Assemblea – Moltiplicare e organizzare la resistenza a guerra, riarmo, militarizzazione, genocidio

    Questo è quanto emerso dalle quasi 3 ore di discussione e 30 interventi ricchi di appuntamenti e proposte del tavolo 3.

    L’Europa ha scelto la guerra.

    “La pace è finita”, dicono i vertici dell’UE e “Se vuoi la pace prepara la guerra” è diventato il mantra delle istituzioni europee.

    Va preso atto che la rivoluzione la stanno agendo i Re.

    La parola pace viene ridefinita dai Board of Peace in un contesto come Gaza dopo gli accordi di Sharm el Sheik: pace non come obiettivo del diritto internazionale ma come brutale accordo sotto l’egida dei re, il diritto societario dei resort sulla striscia di Gaza

    Pace non come assenza di guerra ma come sottomissione totale alle economie.

    Pace come cancellazione del mondo che abbiamo conosciuto formalmente basato sul diritto internazionale attraverso l’ingentilimento

    della parola guerra, guerra umanitaria, peace keeping operation ecc…

    E alla guerra ci stanno portando davvero.

    Con un gigantesco piano di riarmo, 800 miliardi di impegno europeo, 76 provvedimenti di nuovi sistemi di arma per un impegno di spesa per l’Italia di 36 miliardi per quest’anno.

    L’Italia per accedere ai fondi SAFE può fare quegli scostamenti del bilancio che ci hanno detto di non poter fare per scuola, sanità, abitare, tutela e sicurezza del lavoro, riconversione e mobilità sostenibile.

    Il riarmo sottrae risorse alle spese sociali e ambientali e la Guerra tocca tantissimi scenari anche nei nostri contesti.

    Ci portano alla guerra con la militarizzazione dei territori, delle infrastrutture, la riconversione bellica dell’economia che porta enormi profitti alle aziende e distrugge lavoro e natura, riconversione a cui ci stiamo opponendo in Italia da RWM in Sardegna ad Anagni, dai Portuali che bloccano le armi nei porti, con tutte le difficoltà pratiche e lavorative, agli studenti ed alle studentesse che si frappongono con i loro corpi e le loro menti, alla militarizzazione della conoscenza, del sapere, della ricerca, della scuola e dell’università.

    Ci portano alla guerra con il ritorno della leva militare.

    Dopo i sistemi d’armi ordinati dalla difesa italiana (droni, sommergibili, GPA) che già ci costano 12 miliardi e 700 milioni, si accede adesso alla componente umana della difesa

    Con il ritorno al patriottismo, che chiede omologazione e obbedienza, con la censura e la caccia al nemico interno e l’uso della informazione per la propaganda bellica.

    Ci vogliono convincere che soccombere o combattere in armi sia l’unica alternativa possibile

    Noi sappiamo che esiste una alternativa: si chiama applicazione del diritto internazionale, sicurezza comune e non armata, diplomazia e disarmo, riconversione ecologica e sociale, diplomazia dei popoli dal basso.

    La Global Sumud Flotilla ci ha dimostrato che è possibile, che si può rompere la gabbia della frustrazione impotente e far pesare la forza dei popoli.

    E sentiamo l’urgenza di moltiplicare e organizzare la resistenza a guerra, riarmo, militarizzazione, genocidio ovunque: nelle scuole e nelle università, nei territori e nelle comunità, nei luoghi di lavoro. Di fare rete a livello locale, nazionale, europeo e globale. Di contaminare e innovare pensieri, visioni, forme di lotta, innestando fra loro le culture pacifiste, anticoloniali, ecologiche, femministe, anti-sistema. Di convergere. Di inceppare la macchina della guerra con la partecipazione e l’azione popolare e diffusa.

    Sosteniamo lavoratori e lavoratrici, il sindacato, la CGIL che lavora incessantemente dentro il sindacato europeo, mantenendo con coerenza la linea contro il riarmo e per la riconversione

    Sta a ciascuno e ciascuna sentire la responsabilità, ovunque siamo, di agire per costruire un movimento contro la guerra all’altezza del pericolo che abbiamo di fronte, liberarsi dal ricatto dialettico e non accettare la semplificazione!

    Esistono delle campagne da sostenere:

    Campagna No teva per boicottaggio farmaci (con BDS)

    Tra giugno e settembre inizierà una nuova ECI sul reddito di base. Nel frattempo, invitiamo tutti a firmare la ECI per sospendere l’accordo di associazione UE-Israele.

    In 12 giorni hanno raccolto 361.000 firme Iniziativa dei cittadini europei – Dichiarazioni di sostegno: moduli per i singoli paesi

    Facciamo in modo che tanti enti locali firmare delibera per rifiuto collaborazione Israele e economie di guerra che sostiene.

    Proposte:

    • sciopero contro leva
    • 5 marzo in Germania: piano di riamo 900 miliardi si prepara a una manifestazione il 5 marzo, sciopero studentesco
    • Sciopero europeo contro le economie di guerra
    • 28 marzo come data per la manifestazione nazionale

    Proposta di data nazionale nella prima metà di marzo:

    • contro le complicità locali al genocidio in Palestina
    • contro la presenza militare e le basi come dispositivi organici alla guerra globale permanente
    • contro il riarmo e la riconversione bellica delle industrie

    La giornata serve ad iniziare a strutturare una cornice comune alle iniziative locali sul tema guerra.

    In merito alla cosiddetta “riforma dello strumento militare” annunciata dal Ministro Crosetto, tesa a coinvolgere anche le forze dell’opposizione in uno spirito di “unità nazionale per il riarmo, nella scrittura di una legge per il reclutamento di massa nelle forze armate si propone:

    1. di estendere la dichiarazione preventiva di “obiezione alla guerra” lanciata dal Movimento Nonviolento a tutti i ragazzi e le ragazze potenzialmente reclutabili nelle Forze Armate, ricordando come il valore dell’obiezione di coscienza sia stato riconosciuto da diverse sentenze della Corte Costituzionale come perfettamente coerente con l’art.52 della Costituzione (il sacro dovere di difendere la Patria)
    2. di promuovere, contestualmente allo sciopero studentesco in Germania previsto per il 5 marzo contro la coscrizione obbligatoria e le politiche di riarmo, mobilitazioni ed iniziative di sensibilizzazione nelle scuole e nelle università italiane contro le politiche che vorrebbero trasformare le nuove generazioni in “carne da cannone” per le guerre che NATO e Ue stanno pianificando
    3. di sostenere la proposta di legge d’iniziativa popolare che sarà promossa nei prossimi mesi dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, su “un’altra difesa è possibile”, basata sulla difesa popolare civile nonviolenta, il disarmo, il rispetto dei diritti umani e   vere politiche di pace
    4. di prevedere nei giorni della celebrazione dell’80esimo anniversario della Repubblica e della Costituzione (tra il 30 maggio e il 2 di giugno) una giornata di mobilitazione nazionale le cui forme dovranno essere decise, a sostegno della Repubblica che ripudia la guerra e contro la parata militare con la quale si vorranno “occupare”, stravolgendone il contenuto, le celebrazioni dell’ottavo decennale della vittoria popolare nel referendum che cacciò la monarchia dei Savoia dall’Italia

    Dissenso politico di massa => campagna di obiezione di coscienza alla guerra.

    • Istituzionalizzazione difesa civile non armata e non violenta. Lettera ai capi gruppo di camera e senato per incontro urgente per testo unitario di revisione dello strumento nazionale cd “leva volontaria” che prepara ai piani di reclutamento. Conseguentemente: scuole, spazi frequentati da giovani invasi da militarizzazione e reclutamento. (vedi bambini su carri armati)

    Contro guerra, riarmo e militarizzazione, è urgente moltiplicare e organizzare la resistenza.

    C’è Necessità di resistere. Resistenza come primo atto di riappropriazione.

    Resistenza organizzazione del desiderio.

    Difendere risorse sociali, fermare l’economia di guerra e costruire un’alternativa fondata su un nuovo diritto internazionale, disarmo, ecologia e diplomazia dal basso.

    Insieme.

    Sono i corpi che bloccano stazioni e città.

    Sono i corpi che bloccano le guerre

  • Oltre le mura: No Kings e questione territoriale

    Oltre le mura: No Kings e questione territoriale

    Stefano Kenji Iannillo
    Pubblicato il 6 Febbraio 2026 su Jacobin Italia

    Le metropoli sono i luoghi in cui la densità di relazioni produce potenza organizzativa, ma per rompere l’assedio occorre interrogarsi su cosa accade fuori dalle mura urbane

    L’assemblea bolognese «O Re o Libertà» del 24 gennaio si è rivelata un appuntamento politico di notevole rilevanza e di non scontata riuscita. Di fronte alle guerre, alla crisi climatica e all’offensiva globale congiunta di oligarchi e neofascisti, è una boccata d’ossigeno vedere la costruzione di una risposta nazionale ambiziosa e, soprattutto, collettiva. La polverizzazione di movimenti, associazioni, realtà sociali e di base, di aree politiche e di movimento che ha caratterizzato gli ultimi anni è oggi inaccettabile e suicida. Per questo, la parola d’ordine «together/insieme» che emerge dall’assemblea è imprescindibile per la costruzione di un percorso che si preannuncia difficile – vista l’altezza della sfida – e inedito, in quanto spazio non proprietario di cura delle relazioni e delle identità, di convergenza di percorsi e lotte.

    C’è però un piano di ragionamento che può compromettere il valore strategico dell’intera operazione: la selezione del terreno «eletto» della sperimentazione politica e sociale dell’alternativa.

    Non si tratta di disconoscere il ruolo evocativo delle grandi città, il loro grado di attivazione e mobilitazione, il loro peso nell’economia, nella società e nella cultura. Non si tratta di negare che le metropoli siano i luoghi dove si concentrano le energie migliori del movimento, dove la densità di relazioni produce potenza organizzativa, dove l’accesso alle risorse materiali e immateriali rende possibili forme di mutualismo e autogestione, di pratica dell’alternativa, altrimenti impensabili e soprattutto inesperibili. E che diventano ancora più centrali perché proprio nelle grandi città il governo sta sperimentando l’innalzamento della repressione del dissenso.

    Ma proprio il riconoscimento di questa centralità impone di dire con chiarezza che se il piano strategico è esclusivamente quello delle «città che guardano all’Europa per un rovesciamento transnazionale», se il punto è la costruzione di una «confederazione delle città ribelli», se non ci si interroga su cosa accade fuori dalle mura urbane – e di come questo legittima quello che accade in termini di repressione e finanziarizzazione dentro le stesse –  il rischio di essere assediati diventerà presto una certezza. E questo a netto di quanto «ribelle» sia ogni singola realtà municipale.

    Nelle città ci si mobilita di più, ed è giusto guardare e ragionare programmaticamente a partire da queste energie. Ma se non riusciamo a nominare il problema che fuori da esse la destra si fa giorno dopo giorno più pervasiva, che l’alternativa stenta a radicarsi e farsi corpo collettivo in movimento; ogni percorso rischia di diventare sul lungo periodo esclusivamente difensivo. E una linea solo difensiva, come giustamente si è detto a Bologna, arretra ogni giorno.

    Se la città rende liberi, se i re sono gli stessi in tutto il mondo, è giusto constatare che i loro viveri, materiali e immateriali, arrivano tutti dalla provincia. Le basi del consenso agli sgomberi, alla remigrazione, al decreto sicurezza, alla normalizzazione delle pratiche autoritarie sono lontane dai centri urbani, dove anche nel voto si esprime una maggiore distanza dalla deriva neofascista. Il consenso che muove le azioni punitive del governo nelle città universitarie e nelle metropoli trova il suo brodo di coltura nei territori del «voto di vendetta». Un voto espresso contro classi dirigenti – per lo più residenti nei grandi centri dell’economia e della cultura – ritenute responsabili della stagnazione economica e della mancanza di un futuro in cui identificarsi. Territori lasciati indietro, abbandonati alla desertificazione dei servizi e dell’offerta culturale, alla precarizzazione del lavoro, allo svuotamento di ogni prospettiva che non sia la nostalgia di un passato industriale che non tornerà e l’invidia verso le grandi città «dove tutto succede».

    Territori che anche la sinistra, il sindacato e il movimento hanno spesso abbandonato, aprendo fratture sempre più profonde tra attivismo metropolitano/universitario e attivismo di provincia. Questa frattura non è solo geografica, è politica e culturale. Quest’evidenza rende la prospettiva discorsiva e programmatica dell’«alleanza delle città ribelli» qualcosa di ambivalente: può essere un avanzamento transnazionale o può diventare l’ultima difesa contro la vendetta dell’Italia di mezzo. E se diventa l’ultima difesa, allora non stiamo avanzando, stiamo arretrando in buon ordine, lasciando tutto il resto del paese in mano a un nemico che sa bene dove trovarci e da dove provare a cacciarci.

    I centri universitari, le organizzazioni metropolitane e i movimenti cittadini se pensati come un «insieme» sono pieni di ricchezza materiale e immateriale, figlia anche dell’immigrazione interna che per decenni ha portato nelle metropoli le intelligenze e le energie migliori delle province. Per attivisti e attiviste che sono rimasti o tornati in provincia – dove il sistema maggioritario comunale ha soppresso le opposizioni e dove i potentati familiari figli del capitalismo «all’italiana» dominano incontrastati – la partecipazione ai grandi cortei metropolitani, ai grandi momenti nazionali, ha assunto spesso lo stesso gusto estetico della fruizione di un grande evento,  un’esperienza di conflitto urbano da raccontare. Un rituale, che rischia di diventare raro, in cui prendere il pullman o il treno per esserci a qualcosa che le risorse del proprio territorio non potranno mai ambire a costruire, partecipare a una mobilitazione potente e poi tornare in un contesto dove i rapporti di forza sono schiaccianti, dove manca persino un linguaggio comune con cui articolare certe istanze, dove le stesse parole d’ordine che nelle piazze metropolitane suonano ovvie sembrano arrivare da un altro pianeta.

    I grandi momenti di partecipazione, le piazze nazionali che danno il senso della forza collettiva, vanno moltiplicati. Ma bisogna avere la consapevolezza che non basta stare nella capitale o su qualche giornale a grande tiratura per avere dimensione nazionale, quando al di fuori del luogo in cui l’evento avviene spesso la trama della mobilitazione se viene percepita non si radica sul territorio e non viene discussa, se non in qualche sporadica polemica del giorno dopo.

    Il rischio è che il governo Meloni e la narrazione della destra internazionale continuino a consolidare il loro consenso esattamente là dove noi non guardiamo, dove non ci siamo ma da cui molti di noi provengono. E in quei contesti, senza una presenza organizzata, senza un investimento strategico di risorse e intelligenza collettiva, ogni battaglia che vinciamo nelle città può diventare fonte di ulteriore «distanza», perché vista come lontana e irraggiungibile.

    Il punto non è un’evocazione romantica o maoista di «andare in provincia» per dirigenti di movimenti, organizzazioni e sindacati – tra l’altro, per buona parte di questi si tratterebbe di un ritorno a casa —, la questione è la necessità politica di costruire attività, organizzazione, radicamento anche oltre le linee nemiche, rompendo l’assedio e andando nell’Italia di mezzo e nell’Italia profonda. Che bisogna costruire agenda, strategia, parole d’ordine, narrazione, investimenti organizzativi anche adottando questa prospettiva.

    Sono territori dove le organizzazioni hanno da tempo smesso di investire in maniera strategica abbandonandosi alla rassegnazione, dove se va bene si coltiva il pensiero magico che dal nulla emergano nuove forze che resistano alla tentazione di seguire decine di migliaia di coetanei nelle città dove i risultati sono più immediati e visibili. Sono aree dove le esperienze di riappropriazione collettiva, di spazi autogestiti, sono rare, dove molto spesso la conoscenza di quel mondo appartiene, per chi se lo è potuto permettere, alla vita da fuorisede o alla rappresentazione mediatica spesso distorta.

    Sono territori dove pure esistono esperienze coraggiose di mutualismo, sostegno, difesa democratica, di messa in discussione dei poteri locali. Nuclei che però faticano enormemente a coalizzarsi, a trovare respiro ampio e rappresentazione non «paternalistica» nel movimento e nel mondo dell’alternativa, mentre i loro avversari sul territorio – i potentati economici, i potestà politici, le famiglie imprenditoriali/politiche/editoriali che letteralmente possiedono i territori e quello che c’è sopra – vengono pienamente rappresentati e supportati nel campo del governo e delle sue parole d’ordine contribuendo alla trasformazione reazionaria del paese a partire dallo svuotamento delle libertà e della democrazia territoriale.

    Se non affrontiamo questa contraddizione, se il percorso «No Kings» non include nella sua strategia un investimento sistematico fuori dalle mura – senza naturalmente dimenticare il radicamento interno –, se non da forza a rappresentanza a chi in quei mondi si mette in gioco in prima linea, rischiamo di vincere manifestazioni e perdere il paese.

    Rischiamo che l’internazionale nera delle big tech, degli oligarchi e dei padroni continui a trovare terreno fertile proprio là dove noi abbiamo scelto di non esserci, dove le contraddizioni tra le nefaste conseguenze del neoliberismo e la tentazione neofascista, invece di saldarsi in un blocco di dominio, potrebbero finalmente collidere in una rottura sistematica sulle necessità di nuove forme di abitare, nuove ecologie, nuove pratiche democratiche dentro/contro le istituzioni locali, di sperimentazione di modelli economici che vadano oltre il paradigma della città/industria.

    Insieme, certamente e imprescindibilmente. Ma together significa anche questo: investire risorse, pensiero strategico, azione politica là dove il nemico pensa di essere al sicuro, spingendolo a confrontarsi su terreni dove le sue contraddizioni sono più acute. Altrimenti l’internazionale delle città contro il fascismo, per quanto necessaria e preziosa, rischia di diventare l’ennesima fortezza assediata, in attesa che la provincia – quella che ha votato vendetta contro il sistema e che può votare vendetta anche contro di noi – decida da che parte stare. E quella decisione, se non siamo presenti, la prenderà qualcun altro al posto nostro.

    *Stefano Kenji Iannillo è presidente Arci Avellino.