Categoria: Contributi

  • Contro i re e le loro guerre, per il futuro

    Contro i re e le loro guerre, per il futuro

    di Marco Bersani
    Pubblicato il 26 Gennaio 2026 su Dinamo Press

    Dopo l’appuntamento romano di metà novembre 2025, il percorso di mobilitazione ispirato al movimento statunitense “No Kings” si è rivisto a Bologna lo scorso fine settimana. Oggi più che mai è necessario mettersi in gioco per costruire un futuro alternativo a guerre e crisi ecologica. L’elenco dei prossimi appuntamenti.


    Una riflessione scritta da Marco Bersani (Attac Italia) sul percorso “Contro i Re e le loro guerre” che si è riunito sabato 24 e domenica 25 gennaio a Bologna per discutere dello sviluppo del progetto. Di seguito un calendario provvisorio delle prossime mobilitazioni.


    Da qualunque parte si osservi il mondo, siamo di fronte alla fine dell’illusione del capitalismo per tutte e tutti e della favola liberista del mercato come garanzia di benessere.

    Il migliore dei mondi possibili è di fatto imploso dentro le contraddizioni da esso stesso create: una disuguaglianza sociale mai così ampia nella storia dell’umanità; una crisi ecologica che mette a repentaglio persino la sopravvivenza della specie umana sulla terra; una democrazia, resa orpello formale dei grandi interessi finanziari, che non solo viene espropriata, ma rischia addirittura di smettere di essere desiderabile per le fasce più svantaggiate della popolazione.

    Nasce da qui la scelta sistemica della dimensione della guerra e della militarizzazione. La guerra per ridisegnare i rapporti di forza geopolitici, a fronte della crisi della globalizzazione liberista, e per l’accaparramento coloniale delle risorse primarie, per la prima volta rivendicato come tale, senza più bisogno di giustificazioni ideologiche (“esportazione della democrazia”, “lotta al terrorismo”, “lotta al narcotraffico” e via inventando). La militarizzazione per disciplinare società ribollenti di rabbia, o intrise di disincantata rassegnazione.

    Rinascono da questa melma i nazionalismi e i fascismi contemporanei, come ennesimo tentativo di compattamento identitario e di costruzione del nemico esterno e interno, con un unico scopo: nascondere la realtà di una minoranza di persone ricche che sono causa di tutte le crisi in atto.

    Come segnala l’ultimo rapporto di Oxfam sulla disuguaglianza sociale, i numeri sono spietati: i 12 miliardari più ricchi del mondo possiedono una ricchezza superiore a quella posseduta dalla metà più povera della popolazione mondiale, ovvero quattro miliardi di persone. Per restare all’Italia, il 91% dell’incremento di ricchezza prodotto negli ultimi 15 anni è andato al 5% dei nuclei familiari più ricchi, mentre la metà più povera delle famiglie italiane ha incamerato complessivamente il 2,7%.

    Sul fronte della crisi ecologica, con buona pace di chi sostiene l’ideologia del “siamo tutti sulla stessa barca”, sono ancora i ricchi la causa primaria dei cambiamenti climatici. È sempre Oxfam a documentare la realtà: un individuo appartenente allo 0,1% della parte più ricca del pianeta emette in un giorno più CO2 di quella prodotta in un anno dal 50% della popolazione più povera del mondo.

    Sono ormai decenni che ogni anno viene calcolato l’Overshoot Day, ovvero il giorno dell’anno in cui ogni Stato esaurisce le risorse della Terra che avrebbe a disposizione, provocando dal giorno successivo un debito ecologico nei confronti della natura.

    Per quanto riguarda l’intera umanità, nel 2025 l’Overshoot Day è arrivato l’8 agosto, mentre per quanto riguarda l’Italia è stato il 6 maggio. Ma se dagli Stati passiamo alle classi sociali, scopriamo che l’1% delle persone più ricche del pianeta ha esaurito le risorse naturali a propria disposizione già il 10 gennaio e l’0,01% degli ultra-ricchi non supera il 3 gennaio.

    E chi sono questi ricchi? Sono i possessori dei grandi fondi finanziari che detengono le leve dell’economia e della ricchezza e che influenzano, quando non governano direttamente, le leve del potere.

    Sono i re che chiamano al riarmo e alla guerra, che chiedono di marciare contro nemici da loro indicati per non farci pensare che un nemico certamente c’è ed è quello che marcia alla nostra testa.

    Siamo entrate ed entrati nell’epoca del dominio dei ricchi contro i poveri, dei re contro i sudditi, degli oligarchi contro la democrazia. Serve una ribellione collettiva, ampia e determinata, convergente e plurale per dire a chiare lettere che non è tutto loro quello che luccica e che in nessun caso consegneremo il nostro futuro ai generali.

    Le prossime date di mobilitazione indicate dall’assemblea “O Re o libertà”

    • Sabato 31 gennaio – Torino: con Askatasuna al Corteo nazionale contro governo, guerra e attacco agli spazi sociali
    • Sabato 14 febbraio – Napoli: manifestazione regionale per la difesa degli spazi sociali.
    • Sabato 21 febbraio – Roma: manifestazione antifascista per Valerio Verbano.
    • Giovedì 5 marzo – Germania e Italia: giornata di mobilitazione territoriale contro la guerra, nell’ambito della manifestazione “Guerra alla guerra” contro la leva militare in Germania.
    • Domenica 22/Lunedì 23 marzo – Italia: referendum sulla Giustizia: “No” alla riforma Nordio
    • Sabato 28 marzo: manifestazione nazionale della convergenza “No Kings, in parallelo con la manifestazione di Londra contro l’estrema destra

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  • Nell’agenda dei movimenti No Kings e No razzismo

    Nell’agenda dei movimenti No Kings e No razzismo

    Filippo Miraglia
    Pubblicato il 02/02/26 su Il Manifesto

    MIGRANTI La criminalizzazione dell’immigrazione è lo strumento centrale delle destre per allargare il consenso. Ma la risposta dei movimenti e del mondo associativo è debole


    L’assemblea di Bologna dello scorso fine settimana è stata una grande boccata di ossigeno per chi ha a cuore la democrazia e i principi della nostra Costituzione, a partire dall’uguaglianza e dal contrasto alla guerra e alla cultura della violenza e della sopraffazione.

    Non possiamo però non vedere che in quella assemblea il tema dei diritti delle persone di origine straniera, della mobilità delle persone, dell’esternalizzazione delle frontiere e della criminalizzazione del mondo dell’immigrazione, che pure è emerso più volte, non ha avuto lo spazio che ha oggi nell’orientare le decisioni dei governi e il dibattito pubblico su scala mondiale.

    Questa constatazione, che ha molte spiegazioni, ci deve interrogare su come recuperare un gap politico che riguarda tutti i movimenti e le reti associative. È evidente che la criminalizzazione dell’immigrazione è lo strumento centrale che le destre usano, a livello mondiale oramai, per orientare le opinioni pubbliche, per allargare l’egemonia e il consenso, soprattutto nelle fasce di popolazioni più povere e più colpite dalle conseguenze del modello diseguale e di rapina del capitalismo. Questo non determina necessariamente una centralità delle questioni legate all’immigrazione, rispetto ad altre che necessitano di un grande impegno collettivo per contrastare la deriva autoritaria e antidemocratica e di una agenda comune dei movimenti.

    Tuttavia le violenze delle milizie dell’Ice negli Stati Uniti, la persecuzione degli immigrati sub sahariani in Tunisia, le conseguenze delle scelte dei governi europei in termini di vite umane perse nel mediterraneo e la rilevanza che questo argomento ha in tutta Europa nella terribile crescita delle destre xenofobe e neo autoritarie deve spingerci a tenere dentro questa agenda le tante battaglie e vertenze che in tanti e tante abbiamo portato avanti in questi anni, provare a coinvolgere le organizzazioni del mondo dell’immigrazione, dando a loro un protagonismo e, soprattutto, provando in questa fase a superare la frammentazione del movimento antirazzista, che da anni non riesce a mettere in campo mobilitazioni all’altezza dell’attacco in corso su scala globale.

    Penso alle recenti mobilitazioni dei lavoratori e delle lavoratrici straniere truffate del Decreto Flussi, alla vertenza di lungo periodo che portiamo avanti per la chiusura dei centri di detenzione, inclusi quelli albanesi, alla battaglia per ottenere un programma di ricerca e salvataggio europeo nel mediterraneo, così come alla vertenza per cancellare il Memorandum con la Libia e gli altri accordi di esternalizzazione dei controlli e delle frontiere.

    Più in generale la battaglia per contrastare l’attacco ai diritti delle persone di origine straniera, al mondo dell’immigrazione, a partire in questa stagione dal tentativo di cancellare il diritto d’asilo, deve trovare una sua visibilità e deve far emergere una alternativa che ad oggi, purtroppo, non ha la forza e la rilevanza che dovrebbe avere. Non si può non vedere che su questo elemento che accomuna Trump ad Orbán, Meloni a von der Leyen e tutte le destre su scala mondiale, c’è una debolezza nostra, dei movimenti e del mondo associativo, che necessità di un impegno straordinario per recuperare lo spazio e il tempo perduto.

    Da anni non riusciamo, nonostante l’attacco continuo ed esplicito al mondo dell’immigrazione e al dissenso che si esprime attraverso tanti movimenti territoriali e nazionali, a dare visibilità in maniera unitaria ad una alternativa radicata nella società.
    Non sarà semplice e neanche veloce ma bisogna fare ogni sforzo per provare a invertire la rotta.

    Il prossimo 26 febbraio saranno 3 anni dalla strage di Cutro. Una tragedia, 94 vittime accertate e decine di dispersi, che ha inaugurato la stagione del razzismo di questo governo. In quella occasione, vale la pena ricordarlo sempre, il governo si riunì a pochi metri dal luogo della strage e decise uno dei peggiori provvedimenti legislativi contro i diritti delle persone di origine straniera, cioè fece l’esatto opposto di quello che andava fatto. Anziché introdurre modifiche per consentire alle persone di attraversare le frontiere in maniera sicura e legale, aumentarono gli ostacoli, consegnando ancora di più le persone che vogliono raggiungere l’Europa nelle mani dei trafficanti, di chi organizza la tratta di esseri umani, che ad ogni provvedimento del governo Meloni sull’immigrazione festeggia maggiori introiti. Nessuno del Governo andò a portare solidarietà e vicinanza ai parenti delle vittime e ai sopravvissuti o a portare un fiore sulle 94 bare ospitate al palazzetto dello sport di Crotone.

    Il 26 febbraio prossimo potrebbe essere un appuntamento nell’agenda dei movimenti che si sono riuniti a Bologna, sia per la rilevanza di quel che è successo sulla spiaggia di Steccato di Cutro, sia per coinvolgere il sud del nostro Paese e volgere il nostro sguardo al Mediterraneo.

    È solo una proposta, ce ne potrebbero essere altre. Ciò che importa è che il movimento antirazzista converga nella sfida unitaria lanciata a Bologna sotto lo slogan «O Re o Libertà» e che anche il 28 marzo a Roma, come a Londra e negli Stati Uniti, si portino in piazza le battaglie per i diritti dei migranti e contro ogni forma di razzismo.

  • Il nuovo ritmo della lotta No Kings

    Il nuovo ritmo della lotta No Kings

    Giulia Sezzi, Christopher Ceresi
    Municipi Sociali di Bologna
    Su Il Manifesto 31/01/26

    TOGETHER Serve una confederazione di città ribelli capace di competere su scala europea costruendo autonomia dalla forma Stato. Difendere diritti, costituzioni e pace è necessario ma insufficiente


    La due giorni di Bologna “O Re o Libertà” ha aperto uno spazio politico non proprietario che ora va fatto crescere, tenendo vivo l’effetto onda che ha generato. L’ipotesi – che il processo confederale parta dalle città guardando all’Europa – è stata confermata: migliaia di persone hanno trasformato quello spazio in un luogo di organizzazione all’altezza delle contraddizioni che abbiamo davanti, e in cui discuterle insieme. È stato qualcosa di raro, ma necessario: uno spazio reale, percepito come tale anche da chi vi si affacciava per la prima volta.

    QUESTO SI È RESO possibile perché è stato il frutto di percorsi di convergenza reale che hanno scommesso nell’aprire qualcosa di nuovo.

    Viviamo un passaggio in cui le vecchie certezze della politica non producono più rottura. Difendere diritti, costituzioni e pace è necessario ma insufficiente: una linea solo difensiva arretra ogni giorno. Mentre proteggiamo le conquiste passate, nuovi poteri ridisegnano il mondo con mezzi economici, tecnologici e militari, servendosi anche dei fascisti. Se lasciamo a loro il monopolio di algoritmi, infrastrutture e capitale senza porci il problema di come prenderli, ogni difesa si indebolisce e consegniamo a loro i mezzi per riscrivere i diritti della nuova epoca.

    Questa dinamica moltiplicata su scala globale produce una guerra civile permanente, in cui combattono stati, grandi compagnie, imperi e sotto-sistemi. La questione non è solo resistere, è intervenire nella produzione del futuro, cioè pensare oltre la democrazia liberale.

    “TOGETHER” è un metodo da mettere a terra nei prossimi mesi: confederare città, lotte e soggetti sociali e politici, unire intelligenza umana e macchine, lavoro, cultura e produzione artistica, allargando il campo a lavoratorx, precarx e mondi della conoscenza. I confini tra politica, scienza e conflitto sociale sono già saltati: solo una convergenza ampia può reggere l’urto del presente e ingaggiare il futuro; disertando il governo della fiamma e quello della portavoce del capitalismo finanziario europeo, rimanendo però al fianco delle popolazioni civili in lotta.

    Di fronte a noi, il governo Meloni non è un’anomalia isolata. È la versione italiana di una trasformazione in cui capitalismo digitale, produzione bellica e autoritarismo si rafforzano a vicenda. È un fatto materiale: città finanziarizzate, welfare che arretra, servizi che si deteriorano mentre crescono spazi esclusivi e privatizzati. É così che si realizza l’attacco del governo alle città. Senza organizzazione rischiamo di essere schiacciati dai padroni che vogliono prendersi tutto. La scelta è politica: macchine di controllo e guerra o tecnologie per un progetto ecologico, transfemminista e democratico.

    Non esiste neutralità tecnologica: per avere le seconde bisogna sottrarre le prime ai Re.

    PER QUESTO la democrazia deve ripartire dal basso. La proposta trova il suo baricentro nelle città, confederate in Europa contro l’internazionale nera dei big tech, degli oligarchi e dei padroni delle città. Qualsiasi progetto solo nazionale è insufficiente. Serve una confederazione di città ribelli capace di competere su scala europea, costruendo autonomia dalla forma Stato. Nel nazionalismo si soccombe, nell’autarchia locale si resta irrilevanti. La conoscenza attraversa confini e si coagula nelle metropoli: è lì che può nascere una forza reale.

    QUESTA FORZA ha già una geografia. Attraversa le resistenze urbane europee, da Budapest a Kiev, da Zagabria a Bruxelles, parla con Londra e con New York, guarda al coraggio delle rivolte in Iran e all’esperimento ecologico e femminista del Rojava. In molti luoghi la scelta è già radicale: libertà o morte.

    DA QUI AL 28 MARZO dobbiamo trasformare questo battito in organizzazione. Il ritmo è accelerato: o lo abitiamo insieme o ci travolge: abbiamo fatto sponda con il together di Londra, ora Minneapolis chiama il No Kings Day proprio il 28 marzo. Non è folklore internazionale, è sincronizzazione politica. È il segno che esiste una temporalità comune delle lotte, in un mondo che si trasforma.

    Dalle città ribelli, nella lotta di classe di questo passaggio epocale, può nascere una proposta capace di chiudere definitivamente con il vecchio mondo. No Kings ha aperto una strada. Ora serve riempirla: milioni di persone in movimento, insieme, per dare una spallata reale al governo della fiamma tricolore. Non abituiamoci più a perdere, questo è il ritmo europeo dei No Kings. Together!

  • Oltre le mura: No Kings e questione territoriale

    Oltre le mura: No Kings e questione territoriale

    Stefano Kenji Iannillo
    Pubblicato il 6 Febbraio 2026 su Jacobin Italia

    Le metropoli sono i luoghi in cui la densità di relazioni produce potenza organizzativa, ma per rompere l’assedio occorre interrogarsi su cosa accade fuori dalle mura urbane

    L’assemblea bolognese «O Re o Libertà» del 24 gennaio si è rivelata un appuntamento politico di notevole rilevanza e di non scontata riuscita. Di fronte alle guerre, alla crisi climatica e all’offensiva globale congiunta di oligarchi e neofascisti, è una boccata d’ossigeno vedere la costruzione di una risposta nazionale ambiziosa e, soprattutto, collettiva. La polverizzazione di movimenti, associazioni, realtà sociali e di base, di aree politiche e di movimento che ha caratterizzato gli ultimi anni è oggi inaccettabile e suicida. Per questo, la parola d’ordine «together/insieme» che emerge dall’assemblea è imprescindibile per la costruzione di un percorso che si preannuncia difficile – vista l’altezza della sfida – e inedito, in quanto spazio non proprietario di cura delle relazioni e delle identità, di convergenza di percorsi e lotte.

    C’è però un piano di ragionamento che può compromettere il valore strategico dell’intera operazione: la selezione del terreno «eletto» della sperimentazione politica e sociale dell’alternativa.

    Non si tratta di disconoscere il ruolo evocativo delle grandi città, il loro grado di attivazione e mobilitazione, il loro peso nell’economia, nella società e nella cultura. Non si tratta di negare che le metropoli siano i luoghi dove si concentrano le energie migliori del movimento, dove la densità di relazioni produce potenza organizzativa, dove l’accesso alle risorse materiali e immateriali rende possibili forme di mutualismo e autogestione, di pratica dell’alternativa, altrimenti impensabili e soprattutto inesperibili. E che diventano ancora più centrali perché proprio nelle grandi città il governo sta sperimentando l’innalzamento della repressione del dissenso.

    Ma proprio il riconoscimento di questa centralità impone di dire con chiarezza che se il piano strategico è esclusivamente quello delle «città che guardano all’Europa per un rovesciamento transnazionale», se il punto è la costruzione di una «confederazione delle città ribelli», se non ci si interroga su cosa accade fuori dalle mura urbane – e di come questo legittima quello che accade in termini di repressione e finanziarizzazione dentro le stesse –  il rischio di essere assediati diventerà presto una certezza. E questo a netto di quanto «ribelle» sia ogni singola realtà municipale.

    Nelle città ci si mobilita di più, ed è giusto guardare e ragionare programmaticamente a partire da queste energie. Ma se non riusciamo a nominare il problema che fuori da esse la destra si fa giorno dopo giorno più pervasiva, che l’alternativa stenta a radicarsi e farsi corpo collettivo in movimento; ogni percorso rischia di diventare sul lungo periodo esclusivamente difensivo. E una linea solo difensiva, come giustamente si è detto a Bologna, arretra ogni giorno.

    Se la città rende liberi, se i re sono gli stessi in tutto il mondo, è giusto constatare che i loro viveri, materiali e immateriali, arrivano tutti dalla provincia. Le basi del consenso agli sgomberi, alla remigrazione, al decreto sicurezza, alla normalizzazione delle pratiche autoritarie sono lontane dai centri urbani, dove anche nel voto si esprime una maggiore distanza dalla deriva neofascista. Il consenso che muove le azioni punitive del governo nelle città universitarie e nelle metropoli trova il suo brodo di coltura nei territori del «voto di vendetta». Un voto espresso contro classi dirigenti – per lo più residenti nei grandi centri dell’economia e della cultura – ritenute responsabili della stagnazione economica e della mancanza di un futuro in cui identificarsi. Territori lasciati indietro, abbandonati alla desertificazione dei servizi e dell’offerta culturale, alla precarizzazione del lavoro, allo svuotamento di ogni prospettiva che non sia la nostalgia di un passato industriale che non tornerà e l’invidia verso le grandi città «dove tutto succede».

    Territori che anche la sinistra, il sindacato e il movimento hanno spesso abbandonato, aprendo fratture sempre più profonde tra attivismo metropolitano/universitario e attivismo di provincia. Questa frattura non è solo geografica, è politica e culturale. Quest’evidenza rende la prospettiva discorsiva e programmatica dell’«alleanza delle città ribelli» qualcosa di ambivalente: può essere un avanzamento transnazionale o può diventare l’ultima difesa contro la vendetta dell’Italia di mezzo. E se diventa l’ultima difesa, allora non stiamo avanzando, stiamo arretrando in buon ordine, lasciando tutto il resto del paese in mano a un nemico che sa bene dove trovarci e da dove provare a cacciarci.

    I centri universitari, le organizzazioni metropolitane e i movimenti cittadini se pensati come un «insieme» sono pieni di ricchezza materiale e immateriale, figlia anche dell’immigrazione interna che per decenni ha portato nelle metropoli le intelligenze e le energie migliori delle province. Per attivisti e attiviste che sono rimasti o tornati in provincia – dove il sistema maggioritario comunale ha soppresso le opposizioni e dove i potentati familiari figli del capitalismo «all’italiana» dominano incontrastati – la partecipazione ai grandi cortei metropolitani, ai grandi momenti nazionali, ha assunto spesso lo stesso gusto estetico della fruizione di un grande evento,  un’esperienza di conflitto urbano da raccontare. Un rituale, che rischia di diventare raro, in cui prendere il pullman o il treno per esserci a qualcosa che le risorse del proprio territorio non potranno mai ambire a costruire, partecipare a una mobilitazione potente e poi tornare in un contesto dove i rapporti di forza sono schiaccianti, dove manca persino un linguaggio comune con cui articolare certe istanze, dove le stesse parole d’ordine che nelle piazze metropolitane suonano ovvie sembrano arrivare da un altro pianeta.

    I grandi momenti di partecipazione, le piazze nazionali che danno il senso della forza collettiva, vanno moltiplicati. Ma bisogna avere la consapevolezza che non basta stare nella capitale o su qualche giornale a grande tiratura per avere dimensione nazionale, quando al di fuori del luogo in cui l’evento avviene spesso la trama della mobilitazione se viene percepita non si radica sul territorio e non viene discussa, se non in qualche sporadica polemica del giorno dopo.

    Il rischio è che il governo Meloni e la narrazione della destra internazionale continuino a consolidare il loro consenso esattamente là dove noi non guardiamo, dove non ci siamo ma da cui molti di noi provengono. E in quei contesti, senza una presenza organizzata, senza un investimento strategico di risorse e intelligenza collettiva, ogni battaglia che vinciamo nelle città può diventare fonte di ulteriore «distanza», perché vista come lontana e irraggiungibile.

    Il punto non è un’evocazione romantica o maoista di «andare in provincia» per dirigenti di movimenti, organizzazioni e sindacati – tra l’altro, per buona parte di questi si tratterebbe di un ritorno a casa —, la questione è la necessità politica di costruire attività, organizzazione, radicamento anche oltre le linee nemiche, rompendo l’assedio e andando nell’Italia di mezzo e nell’Italia profonda. Che bisogna costruire agenda, strategia, parole d’ordine, narrazione, investimenti organizzativi anche adottando questa prospettiva.

    Sono territori dove le organizzazioni hanno da tempo smesso di investire in maniera strategica abbandonandosi alla rassegnazione, dove se va bene si coltiva il pensiero magico che dal nulla emergano nuove forze che resistano alla tentazione di seguire decine di migliaia di coetanei nelle città dove i risultati sono più immediati e visibili. Sono aree dove le esperienze di riappropriazione collettiva, di spazi autogestiti, sono rare, dove molto spesso la conoscenza di quel mondo appartiene, per chi se lo è potuto permettere, alla vita da fuorisede o alla rappresentazione mediatica spesso distorta.

    Sono territori dove pure esistono esperienze coraggiose di mutualismo, sostegno, difesa democratica, di messa in discussione dei poteri locali. Nuclei che però faticano enormemente a coalizzarsi, a trovare respiro ampio e rappresentazione non «paternalistica» nel movimento e nel mondo dell’alternativa, mentre i loro avversari sul territorio – i potentati economici, i potestà politici, le famiglie imprenditoriali/politiche/editoriali che letteralmente possiedono i territori e quello che c’è sopra – vengono pienamente rappresentati e supportati nel campo del governo e delle sue parole d’ordine contribuendo alla trasformazione reazionaria del paese a partire dallo svuotamento delle libertà e della democrazia territoriale.

    Se non affrontiamo questa contraddizione, se il percorso «No Kings» non include nella sua strategia un investimento sistematico fuori dalle mura – senza naturalmente dimenticare il radicamento interno –, se non da forza a rappresentanza a chi in quei mondi si mette in gioco in prima linea, rischiamo di vincere manifestazioni e perdere il paese.

    Rischiamo che l’internazionale nera delle big tech, degli oligarchi e dei padroni continui a trovare terreno fertile proprio là dove noi abbiamo scelto di non esserci, dove le contraddizioni tra le nefaste conseguenze del neoliberismo e la tentazione neofascista, invece di saldarsi in un blocco di dominio, potrebbero finalmente collidere in una rottura sistematica sulle necessità di nuove forme di abitare, nuove ecologie, nuove pratiche democratiche dentro/contro le istituzioni locali, di sperimentazione di modelli economici che vadano oltre il paradigma della città/industria.

    Insieme, certamente e imprescindibilmente. Ma together significa anche questo: investire risorse, pensiero strategico, azione politica là dove il nemico pensa di essere al sicuro, spingendolo a confrontarsi su terreni dove le sue contraddizioni sono più acute. Altrimenti l’internazionale delle città contro il fascismo, per quanto necessaria e preziosa, rischia di diventare l’ennesima fortezza assediata, in attesa che la provincia – quella che ha votato vendetta contro il sistema e che può votare vendetta anche contro di noi – decida da che parte stare. E quella decisione, se non siamo presenti, la prenderà qualcun altro al posto nostro.

    *Stefano Kenji Iannillo è presidente Arci Avellino.